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Damien feels fine

Posted By TED© On 18 settembre 2008 @ 17:49 In Risvegli | Comments Disabled

Mentre tutt’intorno il mondo va velocemente a pezzi, cercando qualche spunto che abbia almeno una parvenza di buona notizia e che non sia assolutamente una bega di cortile [1] – dio mio, i blog che parlano di quisquilie, che scandalo – m’imbatto in un articolo che mi permette di aprire una di quelle riflessioni che con ogni probabilità vi porterà a un bel “e chi cazzo se ne frega?”

Un paio di giorni fa, l’artista inglese Damien Hirst ha avuto una discreta visibilità sui giornali mondiali. E’ già un notizia vedere un giornale spendere parole per quel mondo autoreferenziale che è l’arte contemporanea. In genere avviene quando c’è di mezzo un qualche scandalo, tipo una rana crocifissa o dei bambini impiccati al centro di Milano, o quando c’è un’asta ipermiliardaria. Eppure non è questo il caso.  O meglio, scandalo e asta ipermiliardaria sono presenti, ma non è (solo) per quello che Hirst ha fatto notizia. La parola chiave ora è rivoluzione.

Stanco di lasciare tra il 40 e il 60% dei proventi delle sue opere a galleristi, l’artista — fautore e protagonista della rivoluzione che negli anni ’90 ha visto emergere il movimento dei Young British Artists — ha deciso di fare da sé e vendere direttamente al pubblico. Corriere.it [2]

L’evento organizzato da Damien Hirst nel suo piccolo è una rivoluzione paragonabile a In Rainbow dei Radiohead. Ma non nel suo grande.

Nel suo piccolo perché l’arte visiva, e in particolare quella contemporanea, non è diffusa come la musica. E’ un ambiente di nicchia per squatter mancati provenienti dal DAMS e ricchi incoscienti con soldi da buttare (e qui ci sta un “appunto: chi cazzo se ne frega”). Ma la sterzata è nella stessa direzione. Via gli intermediari. L’artista lavora per sé ed è l’unico a incassarne i proventi. L’artista fa la parte dei Radiohead e il gallerista quella del discografico.

Si apre una nuova era per gli artisti – così come i Radiohead l’hanno aperta per i musicisti. Autosufficienza commerciale, senza più il bisogno di stare negli stringenti ritmi di un gallerista. Solo che, mentre credo che in campo musicale una strada simile possa essere intrapresa anche da gruppi meno fortunati [3] dei Radiohead, in campo artistico bisogna avere delle spalle belle grosse.

Ma Oliver Baker, l’esperto di arte contemporanea di Sotheby’s, è prudente: «Credo che i mercanti continueranno ad essere importanti per noi come lo sono sempre stati. Il loro ruolo è indispensabile per continuare ad allevare artisti e ritengo che l’asta di lunedì e martedì sia stata un caso unico, possibile solo con le opere di Damien Hirst. È però ancora troppo presto per valutare la portata e le conseguenze di questo evento».

E per questo dico che, nel suo grande, In Rainbow e l’asta di Hirst non sono paragonabili. Il mercato artistico è intossicato da cifre spaventose. Hirst si può permettere di fare lo stronzo perché è ormai sicuro di vendere scoregge a milioni di sterline. Per lui l’arte non ha bisogno di marketing: è marketing – cosa che rende inutile ogni dibattito [4] sull’essere o meno arte quella dell’inglese. L’asta stessa è una performance artistica che si fa beffa dei collezionisti, che gettano miliardi per 200 schifezze in formaldeide proprio nel giorno in cui la Lehman Brothers dà il via al terremoto, o alla bufera, come piace dire ai titolisti di Repubblica, sulla finanza mondiale. Fossi Hirst, oltre a gioire per il raddoppio del conto in banca, mi ammazzerei dalle risate. C’è chi se ne sbatte due palle della crisi finanziaria e lui si diverte ad approfittarsene.

Molto più limitate, dal punto di vista economico, le possibilità dei Radiohead. Le offerte per comprare In Rainbow non vengono fatte per un pezzo unico o da collezione. Hirst non mette in download le sue capre in decomposizione (e ci mancherebbe altro) e diciamo che a lui, viste le cifre, è andata un pelino meglio rispetto ai Radiohead – e ti credo, 10 milioni d’euro per pezzo.

Ora voglio capire come si muoverà Hirst. Ok, è ricchissimo. Ok, ha 120 milioni di euro in banca. Ma la lavorazione delle sue “opere” costa un capitale e dall’esterno emette un’aura di avidità. Sospetto che cercherà sempre un finanziatore. Che non credo sarà mai un problema: se esistono dei coglioni che spendono certe cifre per uno squalo in formalina, figuriamoci se non ne trovi uno che investe su di te.

(Sempre che a qualcuno freghi un cazzo dell’argomento).


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[1] bega di cortile: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/09/17/chiusi-nel-proprio-bozzolo/

[2] Corriere.it: http://www.corriere.it/esteri/08_settembre_16/hirst_da_Sotheby%27s_0bea6a5c-83b3-11dd-8a6a-00144f02aabc.shtml

[3] meno fortunati: http://www.potamocheri.eu/blog/2008/04/02/oltre-la-discografia-indie/

[4] ogni dibattito: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/arte/grubrica.asp?ID_blog=62&ID_articolo=1013&ID_sezione=117&sezione=News