Damien feels fine

da un sogno di TED©

Mentre tutt’intorno il mondo va velocemente a pezzi, cercando qualche spunto che abbia almeno una parvenza di buona notizia e che non sia assolutamente una bega di cortile – dio mio, i blog che parlano di quisquilie, che scandalo – m’imbatto in un articolo che mi permette di aprire una di quelle riflessioni che con ogni probabilità vi porterà a un bel “e chi cazzo se ne frega?”

Un paio di giorni fa, l’artista inglese Damien Hirst ha avuto una discreta visibilità sui giornali mondiali. E’ già un notizia vedere un giornale spendere parole per quel mondo autoreferenziale che è l’arte contemporanea. In genere avviene quando c’è di mezzo un qualche scandalo, tipo una rana crocifissa o dei bambini impiccati al centro di Milano, o quando c’è un’asta ipermiliardaria. Eppure non è questo il caso.  O meglio, scandalo e asta ipermiliardaria sono presenti, ma non è (solo) per quello che Hirst ha fatto notizia. La parola chiave ora è rivoluzione.

Stanco di lasciare tra il 40 e il 60% dei proventi delle sue opere a galleristi, l’artista — fautore e protagonista della rivoluzione che negli anni ’90 ha visto emergere il movimento dei Young British Artists — ha deciso di fare da sé e vendere direttamente al pubblico. Corriere.it

L’evento organizzato da Damien Hirst nel suo piccolo è una rivoluzione paragonabile a In Rainbow dei Radiohead. Ma non nel suo grande.

Nel suo piccolo perché l’arte visiva, e in particolare quella contemporanea, non è diffusa come la musica. E’ un ambiente di nicchia per squatter mancati provenienti dal DAMS e ricchi incoscienti con soldi da buttare (e qui ci sta un “appunto: chi cazzo se ne frega”). Ma la sterzata è nella stessa direzione. Via gli intermediari. L’artista lavora per sé ed è l’unico a incassarne i proventi. L’artista fa la parte dei Radiohead e il gallerista quella del discografico.

Si apre una nuova era per gli artisti – così come i Radiohead l’hanno aperta per i musicisti. Autosufficienza commerciale, senza più il bisogno di stare negli stringenti ritmi di un gallerista. Solo che, mentre credo che in campo musicale una strada simile possa essere intrapresa anche da gruppi meno fortunati dei Radiohead, in campo artistico bisogna avere delle spalle belle grosse.

Ma Oliver Baker, l’esperto di arte contemporanea di Sotheby’s, è prudente: «Credo che i mercanti continueranno ad essere importanti per noi come lo sono sempre stati. Il loro ruolo è indispensabile per continuare ad allevare artisti e ritengo che l’asta di lunedì e martedì sia stata un caso unico, possibile solo con le opere di Damien Hirst. È però ancora troppo presto per valutare la portata e le conseguenze di questo evento».

E per questo dico che, nel suo grande, In Rainbow e l’asta di Hirst non sono paragonabili. Il mercato artistico è intossicato da cifre spaventose. Hirst si può permettere di fare lo stronzo perché è ormai sicuro di vendere scoregge a milioni di sterline. Per lui l’arte non ha bisogno di marketing: è marketing – cosa che rende inutile ogni dibattito sull’essere o meno arte quella dell’inglese. L’asta stessa è una performance artistica che si fa beffa dei collezionisti, che gettano miliardi per 200 schifezze in formaldeide proprio nel giorno in cui la Lehman Brothers dà il via al terremoto, o alla bufera, come piace dire ai titolisti di Repubblica, sulla finanza mondiale. Fossi Hirst, oltre a gioire per il raddoppio del conto in banca, mi ammazzerei dalle risate. C’è chi se ne sbatte due palle della crisi finanziaria e lui si diverte ad approfittarsene.

Molto più limitate, dal punto di vista economico, le possibilità dei Radiohead. Le offerte per comprare In Rainbow non vengono fatte per un pezzo unico o da collezione. Hirst non mette in download le sue capre in decomposizione (e ci mancherebbe altro) e diciamo che a lui, viste le cifre, è andata un pelino meglio rispetto ai Radiohead – e ti credo, 10 milioni d’euro per pezzo.

Ora voglio capire come si muoverà Hirst. Ok, è ricchissimo. Ok, ha 120 milioni di euro in banca. Ma la lavorazione delle sue “opere” costa un capitale e dall’esterno emette un’aura di avidità. Sospetto che cercherà sempre un finanziatore. Che non credo sarà mai un problema: se esistono dei coglioni che spendono certe cifre per uno squalo in formalina, figuriamoci se non ne trovi uno che investe su di te.

(Sempre che a qualcuno freghi un cazzo dell’argomento).

18

settembre

2008

  • ferrigno, 18 settembre 2008

    E’ un po’ che scrivi post su questo tono, sono perfettamente d’accordo con te, etc.

    Mi viene il dubbio che l’arte, qualunque cosa sia, si muova su altri terreni. Arte nel senso di opera visiva che sia in una qualche relazione di interdipendenza col mondo reale. Qualcosa di più massificato di un opera che pochissimi si possono permettere e che – di fatto – in pochi sanno che esista.

    Bo’. Esiste sta roba? Dov’è?

    Ovvero:
    Perché non scrivi di un’arte che ti piace di più?

    (hai trovato un cazzone a cui frega qualcosa dell’argomento)

  • TED©, 18 settembre 2008

    Ma sai, Andrea, il discorso è complesso. Noi guardiamo molto la questione da un’ottica europea e, peggio ancora, italiana. Abbiamo una difficoltà congenita a farci penetrare dalle novità artistiche. Credo che a NY, per esempio, il discorso sia diverso. Negli anni ’80 Andy Warhol era famoso come una star. Ma Hirst, o anche un altro nome come Matthew Barney, non è da meno in quanto a staritudine.

    La roba esiste, ma non viene verso di te. Sei tu a dover andare verso di lei. Più che altro non esiste un’alfabetizzazione efficace, che parta da Duchamp in poi, concentrandosi su quello che è successo negli anni ’60.

    Va constatato invece il solito fallimento 68ino. I movimenti artistici in quegli anni erano vicinissimi ai movimenti di piazza. Il 68 non è iniziato solo con il cinema francese, ma anche con le masturbazioni in pubblico di un Vito Acconci – altro nome che magari accende un “chicazzè?” L’intenzione era l’allargamento dell’arte. Renderla alla portata di tutti, in tutti i sensi. Godimento, elaborazione. L’effetto finale è stato il contrario assoluto. La ricerca d’avanguardia e d’innovazione ha fatto schizzare all’aria i prezzi di produzione – un’opera di Cattelan costerà un occhio della testa solo per metterla su. In più non è stata capace tramite altri strumenti, come la critica e la storia dell’arte, di rendersi comprensibile. Non ha nulla di accessibile per l’utente medio. E l’annullamento dell’opera d’arte come oggetto è stato un flop totale. Sarebbe infatti altrimenti impossibile spiegarsi le aste di Hirst. L’opera è un oggetto che qualcuno desidera avere, anche a costi esorbitanti e alla faccia della povertà. Questo non ha nulla di 68ino. Anzi, ne è la morte assoluta.
    L’unico ad avere ragione è stato Warhol: se il mercato vende le mie opere prendetela col mercato non con me. Che nella sua totale ironia significava: finché posso ne approfitto.

  • Sauro, 18 settembre 2008

    Al sindaco di Pontedera (PI) piace l’arte contemporanea: ci ha riempito le rotatorie, son tutte un fiorire di statue raffiguranti… raffiguranti… beh, raffiguranti dei COSI. Adesso gli do le vostre mail, così magari potete fare un forum :-)

  • Sauro, 18 settembre 2008

    “L’occhio della madre!” “Il montaggio analoggico” La carrozzella col bambino!”

  • LG, 18 settembre 2008

    C’era un articolo interessantesu the Art newspaper tradotta in parte sul giornale dell’arta: http://www.ilgiornaledellarte.com/artmarket/artmarket.asp magari interessa. ciao.

  • TED©, 19 settembre 2008

    L’articolo sarebbe anche interessante, ma non si può leggere tutto on line :-)
    Però è curioso notare che Hirst nonostante non venda tutto il suo repertorio (te credo, è sterminato) riesca a raddoppiare il conto in banca. Tra l’altro mi pare di capire che le opere non vendute custodite al white cube siano le meno grottesche!

  • lachi, 19 settembre 2008

    E se Piero Manzoni fosse stato stitico?

  • TED©, 19 settembre 2008

    Usava la cacca di qualcun altro. Tanto chi lo veniva a sapere?

  • ferrigno, 19 settembre 2008

    A me non frega nulla che qualcuno compri a prezzi esorbitanti le opere di Hirst o di Warhol, come non frega nulla che esista qualcuno che si compra la Ferrari Enzo o un diamante da 10 carati. Né ce l’ho con Hirst (a parte un po’ di giustificata invidia).

    Il punto è che un qualsiasi puttino della Thun influenza il gusto della nostra epoca più di mille Hirst.

    E quindi mi chiedo se nel catalogo Thun non ci sia più “arte” che all’asta di Hirst.

    Vabbè, è un paradosso.

  • TED©, 19 settembre 2008

    Paradosso per paradosso… Dove c’è scritto che debba essere l’arte a influenzare il gusto e non il contrario? L’arte è specchio di quello che succede nel mondo, anzi, ne è una spugna. Assorbe le percezioni, le estremizza e le espelle. A quel punto può influenzare, se ne è capace, portandosi avanti di anni. Tu dirai che manca proprio questo ultimo punto, la “capacità”.
    Ma ripeto che a) viviamo la cosa da italiani e non sono sicuro che fuori succeda lo stesso; b) siamo a 100 anni dalle prime avanguardie e stiamo tornando a quelle che Calvesi ha chiamato “avanguardie d’élite”. Questo perché con la crisi economica, nascono nuove aristocrazie.

  • ferrigno, 19 settembre 2008

    Stiamo?
    Non mi sento molto partecipe di questo percorso. ;)

  • TED©, 19 settembre 2008

    Colione.

  • ferrigno, 22 settembre 2008

    Jarruso.

    Mentre noi (quei noi che stiamo tornando alle avanguardie d’elite) adulavamo Fellini e le sue masturbazioni oniriche del dopo “La dolce vita” e svilivamo e snobbavamo “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto”, qualcun altro assegnava a quella commedia grottesca (come può essere arte seria una commedia grottesca?) il massimo punteggio.

    E poi, senti un po’, brutto fituso borghese carugnone: ma tu lo fai apposta per farmi sentire ignorante con ‘ste parole difficili! Ma questa cosa che porcheria è, che nun te capisco?! Che caspita sarebbe? Ammorba le pircezzioni, le purcizzioni? Checchè è?!?

  • TED©, 22 settembre 2008

    Diciamo che non ho capito un cazzo.

  • ferrigno, 22 settembre 2008

    Traduco.
    “Noi” stiamo dietro a ‘ste boiate mentre “altri” (più furbi e con meno puzza sotto il naso) si sollazzano con forme d’arte gratificanti anche per l’utente, oltre che per l’artista.

  • maia, 22 settembre 2008

    ehi, l’articolo mica l’ho letto (e ci mancherebbe!), però devo dire che il plugin nuovo è molto carino!
    a proposito, che cos’è un plugin?
    maia

  • maia, 22 settembre 2008

    (uhm… mica funge. ha tolto metà delle cose che ci avevo messo :) )

  • TED©, 22 settembre 2008

    Sì? Tipo? A me funziona regolarmente.

  • Alberto, 2 ottobre 2008

    Ted, io mi chiedevo, ma sta rivoluzione dei Radiohead alla fine in cosa consiste? hanno pubblicato un disco digitale a prezzo libero, e dopo qualche mese anche in formato cd. non c’hanno semplicemente guadagnato due volte?

  • TED©, 2 ottobre 2008

    Sì, alberto, ma non ci ha guadagnato due volte la casa discografica. La rivoluzione consiste che i soldi vanno dal fruitore all’artista, senza vie di mezzo.

  • Alberto, 2 ottobre 2008

    La casa discografica ci ha guadagnato una volta sola. Come rivoluzione continua a sembrarmi deboluccia, ma ok, meglio che niente.

Spiacente, al momento non è possibile sbadigliare.