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Contro la cattiva sorte di un virus autoimmune
Posted By TED© On 21 luglio 2008 @ 11:57 In Alitosi | Comments Disabled

Basta dire che la stragrande maggioranza, se non la quasi totalità, degli aspiranti docenti meridionali insegna al nord, per capire come le parole di Bossi [1] possano presto trasformarsi in un boomerang per la scuola padana (oddio, ho parlato come Polito, che vergogna. Fortuna che mia madre non mi legge). I movimenti migratori di professori sono dovuti, da un lato, all’esubero di domande al Sud, perché, si sa, la professione è adatta al fancazzismo tipico meridionale, e, dall’altro, all’ottima offerta che viene dal Nord. Si va lì perché ci sono i posti, si possono fare punti e salire in graduatoria, si può sperare in un’immissione in ruolo, per poi magari un giorno chiedere un riavvicinamento, oppure no, boh, non è importante. L’importante è sapere che non è che quest’invasione di professori meridionali al Nord sia uno spasso. A meno che non spunti qualcuno in grado di sostenere che vivere in uno sfigato paesino bauscia al suono di “terùn” possa stimolare la crescita sociale di chicchessia. No, non è divertente stare lontani da amici e affetti in province fredde e nebbiose. E’ una necessità. Io per esempio, quando ho presentato domanda per le supplenze, ho scelto la provincia di Treviso. No, dico: Treviso – - -> Gentilini. Basta dire questo.
Ma cosa spaventa tanto Bossi da spingerlo a dire che i professori del sud martoriano i loro poveri ragazzi?
Innanzitutto, c’è la seria possibilità che, al posto dei vari celoduro, neger, terùn, roar, sput, sbav, sgraurl, possano insegnare l’italiano, questa assurda lingua che qualcuno a sud del Po si ostina ancora a parlare. Eh sì, esiste una lingua comune fuori dai loro dialetti teutonici, ma vaglielo a spiegare. Non deve essere un’impresa facile e qualcuno lo dovrà pur fare. Tocca a noi, perché se c’è un’offerta di cattedre ampiamente scoperta, e colmata solo grazie a gente del sud, significa essenzialmente che al nord sono tutti caproni ignoranti pochi quelli che vogliono insegnare. Preferiscono andare a fare lavori seri, eh, mica possono perdere tempo dietro a cose tipo la matematica o addirittura la letteratura.
Ed è per questo che posso dire che la vera paura di Bossi & co. non è il furto di posti di lavoro. In realtà temono che, una volta insediatisi al nord, i giovani aspiranti docenti meridionali possano aprire ai ragazzi padani le porte di uno sconvolgente insegnamento: nella vita non fare un cazzo è una figata. Cioè, se un adolescente capisce che la vita può essere goduta, che il lavoro in realtà fa schifo, produrre è una merda, non è divertente e, soprattutto, è terribilmente faticoso, si rischia un terremoto culturale. Il Nord potrebbe paralizzarsi e imparare a rilassarsi. Inizierebbe a godersi la vita, a desiderare la sana lettura di un libro piuttosto che un posto in fabbrica. Potrebbe iniziare a ridere e a prenderci gusto e trovare una nuova dimensione in una giornata trascorsa al bar a giocare a tressette, magari anche con le carte napoletane.
E’ un disastro di portata inimmaginabile. Donne che stanno in casa a cucinare invece di andare in fabbrica a produrre prototipi da maglieria. Giovani che passeggiano sul corso, salutando i conoscenti e, perché no?, fermandosi a chiacchierare con loro. Gente che socializza col prossimo, strade piene alle 11 del mattino e vuote all’ora di pranzo, il caffè ristretto, la pausa pranzo di un’ora e mezza. Qualcuno potrebbe arrivare addirittura a pensare che l’Italia è unica e indivisibile o che addirittura i nomadi sono cittadini italiani (no, questa è una stronzata: non la pensano neanche al sud). AIUTO, FERMATE QUESTO SCEMPIO!
Bossi ha dato un chiaro segnale: bisogna arrestare l’ingresso del virus della bella vita, blocchiamo l’accesso dei professori meridionali, ché la malattia è pure autoimmmune.
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[1] parole di Bossi: http://www.corriere.it/politica/08_luglio_20/bossi_lega_dialogo_a29d8d36-5644-11dd-a206-00144f02aabc.shtml
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