Contro la cattiva sorte di un virus autoimmune

da un incubo di TED©

Umberto Bossi

Basta dire che la stragrande maggioranza, se non la quasi totalità, degli aspiranti docenti meridionali insegna al nord, per capire come le parole di Bossi possano presto trasformarsi in un boomerang per la scuola padana (oddio, ho parlato come Polito, che vergogna. Fortuna che mia madre non mi legge). I movimenti migratori di professori sono dovuti, da un lato, all’esubero di domande al Sud, perché, si sa, la professione è adatta al fancazzismo tipico meridionale, e, dall’altro, all’ottima offerta che viene dal Nord. Si va lì perché ci sono i posti, si possono fare punti e salire in graduatoria, si può sperare in un’immissione in ruolo, per poi magari un giorno chiedere un riavvicinamento, oppure no, boh, non è importante. L’importante è sapere che non è che quest’invasione di professori meridionali al Nord sia uno spasso. A meno che non spunti qualcuno in grado di sostenere che vivere in uno sfigato paesino bauscia al suono di “terùn” possa stimolare la crescita sociale di chicchessia. No, non è divertente stare lontani da amici e affetti in province fredde e nebbiose. E’ una necessità. Io per esempio, quando ho presentato domanda per le supplenze, ho scelto la provincia di Treviso. No, dico: Treviso – - -> Gentilini. Basta dire questo.

Ma cosa spaventa tanto Bossi da spingerlo a dire che i professori del sud martoriano i loro poveri ragazzi?

Innanzitutto, c’è la seria possibilità che, al posto dei vari celoduro, neger, terùn, roar, sput, sbav, sgraurl, possano insegnare l’italiano, questa assurda lingua che qualcuno a sud del Po si ostina ancora a parlare. Eh sì, esiste una lingua comune fuori dai loro dialetti teutonici, ma vaglielo a spiegare. Non deve essere un’impresa facile e qualcuno lo dovrà pur fare. Tocca a noi, perché se c’è un’offerta di cattedre ampiamente scoperta, e colmata solo grazie a gente del sud, significa essenzialmente che al nord sono tutti caproni ignoranti pochi quelli che vogliono insegnare. Preferiscono andare a fare lavori seri, eh, mica possono perdere tempo dietro a cose tipo la matematica o addirittura la letteratura.

Ed è per questo che posso dire che la vera paura di Bossi & co. non è il furto di posti di lavoro. In realtà temono che, una volta insediatisi al nord, i giovani aspiranti docenti meridionali possano aprire ai ragazzi padani le porte di uno sconvolgente insegnamento: nella vita non fare un cazzo è una figata. Cioè, se un adolescente capisce che la vita può essere goduta, che il lavoro in realtà fa schifo, produrre è una merda, non è divertente e, soprattutto, è terribilmente faticoso, si rischia un terremoto culturale. Il Nord potrebbe paralizzarsi e imparare a rilassarsi. Inizierebbe a godersi la vita, a desiderare la sana lettura di un libro piuttosto che un posto in fabbrica. Potrebbe iniziare a ridere e a prenderci gusto e trovare una nuova dimensione in una giornata trascorsa al bar a giocare a tressette, magari anche con le carte napoletane.

E’ un disastro di portata inimmaginabile. Donne che stanno in casa a cucinare invece di andare in fabbrica a produrre prototipi da maglieria. Giovani che passeggiano sul corso, salutando i conoscenti e, perché no?, fermandosi a chiacchierare con loro. Gente che socializza col prossimo, strade piene alle 11 del mattino e vuote all’ora di pranzo, il caffè ristretto, la pausa pranzo di un’ora e mezza. Qualcuno potrebbe arrivare addirittura a pensare che l’Italia è unica e indivisibile o che addirittura i nomadi sono cittadini italiani (no, questa è una stronzata: non la pensano neanche al sud). AIUTO, FERMATE QUESTO SCEMPIO!

Bossi ha dato un chiaro segnale: bisogna arrestare l’ingresso del virus della bella vita, blocchiamo l’accesso dei professori meridionali, ché la malattia è pure autoimmmune.

21

luglio

2008

Spiacente, al momento non è possibile sbadigliare.