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Aiutiamo Anita Caprioli a ritrovare la serenità perduta

Posted By TED© On 13 marzo 2008 @ 19:48 In Recensonni | Comments Disabled

Anita Caprioli

Anita Caprioli [1] è una ragazza con seri problemi. Me ne sono accorto l’altra sera quando, nella mia posizione da privilegiato che con la scusa di un co.co.pro da 800 euro se ne sta a casa a sputtanare i fondi pensionistici dei genitori con abbonamenti TV che utilizza un’ora al giorno quando va bene, facevo zapping su Sky Cinema ed è apparsa lei, in un film mai visto, mai sentito e di cui ho già cancellato ogni traccia nella memoria. Sono riuscito a non cambiare canale per poco meno di un minuto, giusto il tempo di capire che quella che stavo guardando era proprio Anita Caprioli. Nel senso che non era differente dalle Anite Caprioli incontrate prima.

Sull’onda del margheritabuismo, interpreta donne in astinenza di analgesici, perennemente in agitazione e sull’orlo, se non ampiamente oltre, di una crisi nervosa capace di interferire con tutte le apparecchiature elettroniche nel raggio di 100 chilometri. Nel suo essere agitata e ansiogena non sta mai ferma, è imbranata e, quando combina guai, assume la posa tipica “capo chino con sorriso oops, ho rovinato tutto“, che ti vien voglia di spezzarle gli incisivi a testate. E poi parla, parla, parla tanto e veloce, tantovelocechenonstaccaneancheleparolelunadallatra. Non capisci mai se ci fa o ci è.

Vedere un’Anita Caprioli qualsiasi al cinema, oltre a essere noioso, mi spinge a pormi un quesito: a che serve? Cioè, rappresenta una reale situazione di disagio femminile o è solo una segreta cospirazione per rovinare l’immagine del Buscofen [2]?

Mah, non so. Però so che il mondo delle immagini in movimento su uno schermo, grande o piccolo, ragiona per stereotipi importati sovente da ovest. Oltre a Margherita Bui, quindi, i responsabili di questa degenerazione nevrotica sono i telefilm. A partire da Sex & City, cenacolo di donne inspiegabilmente convinte di essere ancora giovani, dove l’unico uomo buono è gay. Ma prendere il telefilm causa dell’immeritato successo di Sara Jessica Parker come capro espiatorio sarebbe troppo facile. Il vero nemico è un altro. E’ roba tipo Grey’s Anatomy o, ancora peggio, Una mamma per amica [3], telefilm dove mamma ribelle figlia di ricconi fa figlia a sua volta instaurando con lei un rapporto di intima confidenziale amicizia basato su un unico ineludibile valore: lo sproloquio rutilante che ti porta a usare 400 parole solo per dire “mi porti fuori a cena” (senza prendere fiato tra una parola e l’altra, ovviamente). A questo punto qualcuno si chiederà: ma chi cazzo guarda Una mamma per amica? A parte mia sorella? Nessuno, credo. Il problema non è l’utenza, ma l’esistenza del telefilm. Perché il fatto che qualcuno partorisca un’idea del genere, portandola avanti per SETTE stagioni, è spia dell’introiezione dello stereotipo della donna autonoma ma stressata che per sfogare le sue angosce si tramuta nella sorella gemella di Woody Allen. Se sono arrivati fino a un telefilm, significa che lo stereotipo ormai ha invaso tutti gli angoli dell’etere.

In Italia, come mi è già capitato di dire, siamo portati ad assorbire il peggio dall’estero, e se qualcuno pensa che queste “figure” siano divertenti, allegre, o in generale positive, per me si sbaglia, soprattutto se, come immagino, lo dice prendendo l’ennesima goccia di neocibalgina.
Messa così, la situazione è disperata, perché per intervenire bisognerebbe distruggere un intero immaginario con solide fondamenta. Abbattere tutti i film e i telefilm con personaggi femminili così esagitati è praticamente impossibile. Ci tocca tenerci Anita Caprioli con tutte le sue nevrosi.

E dire che una volta avevamo la Fenech.


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[1] Anita Caprioli: http://it.wikipedia.org/wiki/Anita_Caprioli

[2] Buscofen: http://www.buscofen.it/

[3] Una mamma per amica: http://it.wikipedia.org/wiki/Una_mamma_per_amica